L’OPERA: Quella di Gregor Samsa, anonimo impiegatuccio atrofizzato nelle trame grigie e spente di una vita ripetitiva che una mattina si sveglia trasformato in scarafaggio, come ce l’ha genialmente consegnata Franz Kafka in uno dei suoi racconti più perfetti, La metamorfosi, è parabola illuminante di quanto illogica e arbitraria sia l’esistenza, fissata nella vicenda assurda di un’anima votata a una sorta di animalesco annientamento di sé. E’ la serva, Anna, cui il racconto di Kafka riserva solo poche marginali note, a rivelarci un’altra possibile lettura del capolavoro firmato dallo scrittore praghese, come ce la presenta l’autore UGO CHITI, quanto cioè sia assurdo un mondo sordo alle ragioni del diverso ed in cui a farla da padrone siano intolleranza, indifferenza e conformismo.
Franz Kafka (Praga, 3 luglio 1883 – Kierling, 3 giugno 1924), nato da una famiglia ebrea della media borghesia, è stato uno scrittore ceco di lingua tedesca, una delle maggiori figure della letteratura del XX secolo.
Milan Kundera, in un suo saggio letterario di grande bellezza e profondità, sostiene che Kafka, la cui opera viene collocata per la sua grandezza ai vertici della letteratura novecentesca accanto a quelle di Proust e Musil, è stato capace di rappresentare e descrivere nei suoi libri la crisi del primo Novecento da cui ha tratto origine tutta la cultura moderna: il decadentismo e l’esistenzialismo.
L’AUTORE ED IL REGISTA: "Quando Gregor Samsa si risvegliò una mattina da sogni inquieti si trovò nel suo letto trasformato in un insetto gigantesco". L’incipit, probabilmente, più folgorante di tutta la letteratura moderna, potrebbe essere cambiato nel più dismesso
"quella mattina quando Anna arrivò in ritardo di oltre cinque minuti, vide il signore e la signora Samsa seduti nel tinello in attesa di fare colazione. La figlia Grete aveva già messo il latte sul fornello e Anna, scusandosi con tutti, notò che il signorino Gregorio non era ancora in piedi malgrado fossero già le otto passate".
Questo cambio prospettico è uno sguardo autonomo e diverso su uno dei racconti più emblematici del Novecento, La metamorfosi di Franz Kafka. Uno sguardo defilato, dal basso, che mette al centro della scena il personaggio marginale di Anna, assumendola come punto di osservazione per l’intera vicenda.
Ugo Chiti
LA CRITICA: Spettacolo bellissimo e struggente, doloroso, ma anche ironico nella regia dell’autore, tesa ad amplificare in una partitura scenica ricca di invenzioni le molte sfumature di un copione solo apparentemente di poetica e gradevole linearità. Grazie soprattutto alla prova superba di Giuliana Lojodice, bravissima e irresistibile nel ruolo del titolo: un’Anna, la sua, di straordinaria e toccante verità, e sulla quale si innervano con efficacia anche le prove degli altri interpreti.
L’INTERPRETE: Giuliana Lojodice, nata a Bari nel 1940, partì giovanissima per Roma. Qui esordisce in teatro con Luchino Visconti, nel 1955, nel Crogiuolo di Artur Miller, ancora prima di iscriversi all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica, dove si metterà in luce nel ’58 diretta da Giancarlo Sbragia. Negli anni ’60 è poi la prima attrice con Carlo Giuffrè, Glauco Mauri e Johnny Dorelli. Accanto a Marcello Mastroianni partecipa al musical Ciao Rudy che le apre le porte del Sistina di Garinei e Giovannini. Ma, dopo tanti spettacoli accanto a grandi attori, ecco l’incontro della vita con Aroldo Tieri. E’ il 1966 e la Lojodice stringe con questo protagonista dello spettacolo un sodalizio artistico e privato durato tutta la vita: due carriere intrecciate saldamente per quasi quarant’anni, tra ruoli brillanti e drammatici, in palcoscenico e in tv.