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Rossella Falk e Maddalena Crippa in "Sinfonia d'autunno" - 11° ed ultimo appuntamento con la XXVIII Stagione Teatrale Thienese 2007/2008.


Il


Teatro Comunale di Thiene
in collaborazione con la ditta

è lieto di ospitare

ROSSELLA FALK - MADDALENA CRIPPA

in

Sinfonia d’autunno

di Ingmar Bergman

regia di MAURIZIO PANICI




Giovedì 3, Venerdì 4 e Sabato 5 Aprile 2008 ore 21,00

Argot Produzioni

36 ORE DI ODIO / AMORE
Ci sono donne così.
 Rifiutano di essere disturbate dai loro figli. Nono vogliano perdere tempo con i loro problemi. Hanno la loro vita, la loro carriera.
Tutto il resto non conta.

Ingmar Bergman

 

 

Antefatto

Eva è sposata con un pastore protestante, Viktor, insieme al quale abita nella canonica.
Charlotte, la madre di Eva, è una pianista famosa e molto raramente fa visita alla figlia.
Eva ha sollecitato con una lettera la madre a un nuovo incontro, atteso da lungo tempo.
Charlotte arriva all’improvviso.
Trentasei ore, tanto dura l’incontro tra Charlotte e Eva. Trentasei ore in cui l’autore scava con ferocia e lucidità chirurgica nel rapporto tra le due donne, e sono parole di odio/amore i sentimenti che hanno segnato l’intera relazione tra madre e figlia.
Testimone degli eventi è il marito di Eva.
Charlotte, la madre, in quelle ore parla delle proprie amarezze e solitudini, le svela alla figlia, lo fa forse per la prima volta senza difese, senza maschere. Ma Eva non l’ascolta e rovescia sulla madre tutto il rancore di una vita, le rimprovera di non essersi mai assunta le responsabilità che la condizione di genitore le imponeva e di essersi assolta dalle proprie colpe.
Il perdono tra le due sembra impossibile anche se il cordone ombelicale non si è mai spezzato: "non si finisce mai di essere genitori e figli".

SINFONIA D’AUTUNNO è e rimane una "storia d’amore" speciale tra due donne dipinte con crudezza e nitore da uno dei più grandi "esploratori" di sentimenti che il secolo scorso ci ha regalato.Naturale successore di August Strindberg, (non a caso si laurea in Storia della letteratura con una tesi su di lui) per la qualità della scrittura, per l’asprezza del dialogo, per le tematiche affrontate nella sua lunga carriera, Bergman non ci offre un finale consolatorio: tutto resta aperto, non è detto se le due donne si riconcilieranno.
La scena concepita da Aldo Buti, l’interno di una canonica norvegese, con il suo nitore abbagliante, esalta ancora di più la notte in cui le due portano alla luce i fantasmi e le ombre del loro passato.
Lo spazio è fermato nel tempo, scandito solo da luci che impietosamente traghettano le due protagoniste verso il culmine del loro incontro. Il mattino vedrà la partenza anticipata di Charlotte.
Dalla piéce teatrale Ingmar Bergman ha tratto nel 1978 un film-capolavoro che ha lo stesso titolo e due interpreti del calibro di Liv Ullman e Ingrid Bergman.

Sinfonia d'autunno – IL FILM
(Höstsonaten)

 
Un film di Ingmar Bergman. Con Liv Ullmann, Ingrid Bergman, Lena Nyman, Halvar Björk, Marianne Aminoff, Arne Bang-Hansen, Gunnar Björnstrand, Erland Josephson, Georg Løkkeberg, Mimi Pollak, Linn Ullmann. Genere Drammatico, colore 93 minuti. - Produzione Svezia, Germania, Gran Bretagna 1978.
Dopo aver sacrificato i doveri materni alla carriera, una celebre pianista torna a casa e si misura con la maggiore delle due figlie che è afflitta da un forte complesso di Elettra. Sonata, non sinfonica, ma incompiuta. Nonostante la bravura delle due interpreti (con lode speciale per L. Ullmann), intorno allo straziante nucleo centrale il contesto è approssimativo e lacunoso. C'è, forse, più astuzia drammatica che vera ispirazione con il sospetto di un manierismo di alta scuola. "Un critico francese scrisse con acutezza che Bergman ha fatto un film alla Bergman. È ben formulato, ma seccante. E penso che corrisponda al vero" (I. Bergman). È il solo film in cui Ingrid lavorò con Ingmar.

Sinfonia d'autunno (1978)


 

Genere Drammatico durata 90 minuti. Produzione Svezia, Germania, Gran Bretagna 1978.
Il film narra di una madre, famosa concertista completamente assorbita dagli impegni della sua carriera, che, dopo tanti anni, si reca a far visita alle figlie. Una di queste le rimprovera il suo egoismo (soprattutto a causa della sorella, paralizzata, che cura nella propria casa). La donna riprende a viaggiare e la figlia le manda una lettera in cui le domanda di riappacificarsi.

Giovanni Grazzini Il Corriere della Sera

Prima mondiale di Sonata d'autunno (in Italia Sinfonia d’autunno) il film-sorpresa (sull'esempio di Cannes) uscito dal cilindro per rafforzare con un colpo segreto l'eco internazionale del quarto Festival cinematografico di Parigi. E sorpresa gradita, giacché segna il ritorno di Ingmar Bergman, dopo la sbandata dell'Uovo del serpente, alle sue corde più vere, a quella vocazione di palombaro negli abissi del cuore femminile che in oltre trenta anni di cinema egli è venuto esprimendo con risultati talvolta mirabili, spesso inquietanti, sempre onorevoli.
Ricorrendo per la prima volta al fascino e al talento di Ingrid Bergman, e mettendola a paragone con la prodigiosa Liv Ullmann (che la supera), il maestro svedese è andato stavolta a girare in Norvegia, dove immagina che in una casa in vista del mare due donne si squarcino l'anima mentre nel fondo i morbidi rintocchi del secondo preludio di Chopin s'alternano ai lamenti e agli urli di una giovane paraplegica simbolo del mondo piagato che le circonda. Le due donne sono madre e figlia. Carlotta e Eva, che si riabbracciano dopo sette anni e subito si affrontano.

Carlotta è una creatura espansiva sui sessanta, pianista di grido, che al marito e alle due figliolette preferì il successo, fece collezione di amanti e di applausi, e ora, pianto il musicista napoletano con cui ha vissuto per tre lustri, già ha trovato il modo di sostituirlo con un nuovo compagno. Anche Eva suona il piano, ma soltanto per diletto, e l'organo in chiesa. Bruttina, introversa, già malata di tbc, sposata senza passione a un pastore protestante, vive con lui lontano dal gran mondo, colpita dalla perdita del bambino su cui aveva versato tutta la sua forza d'amore, e tuttavia da quel dolore convinta alla pietà. Infatti ha ritirato la sorella minore Lena dall'istituto per minorati cui la madre l'aveva affidata, e ora la tiene con sé, dolcemente assistendola.
Già il trovar Lena nella casa di Eva incrina la coscienza della madre, venuta in vacanza, ma la donna è siffatta da sapersi fingere (ed essere) commossa: vivendo la vita come una recita pensa di assolversi dai rimorsi regalando alla figlia malata una carezza e un orologio. L'ora del giudizio suonerà poco dopo, quando Eva, spinta a smascherare la vanità e l'egoismo nascosti dietro l'amorevole facciata della madre che vanta le proprie conquiste e le insegna a suonare Chopin senza sentimentalismi, parte all'attacco per ferirla e umiliarla. Aiutata dal vino, Eva è implacabile. Rimprovera alla madre di avere tradito il marito e abbandonato la famiglia, di averle intristito l'infanzia coi suoi ipocriti sorrisi, di non esserle mai stata vicina a differenza del padre. Come da piccola Eva fu costretta al silenzio quando la madre suonava il piano o a modellarsi sulle sue ambizioni, così da ragazza fu obbligata ad abortire. Un odio confuso di pianto, nel tumulto d'un legame di sangue che il rancore non sa spezzare, esplode nelle parole di Eva, nel suo addebitare alla madre anche l'aggravarsi del male di Lena. Sicché Carlotta sembra senza salvezza, dapprima appena protetta dallo stupore, poi assediata da incubi notturni, infine costretta a giustificarsi fra le lacrime e a confessarsi terrorizzata dalla solitudine. La sua difesa è nel suo modo di esistere, nel saper esprimere le emozioni soltanto attraverso la musica. Insieme falsa e sincera nella gioia e nel dolore, essa ha cercato dominare l'irrazionalità della vita, la fragilità dei sentimenti, con l'impassibilità dell'arte e il trionfo mondano. Ora che Eva, nella furia della vendetta, accusa le donne come lei d'essere un pericolo mortale, anche Carlotta ha paura di sé, e chiede perdono alla figlia. Ma è un perdono che verrà più tardi, quando Carlotta avrà anticipato la partenza, ed Eva, tanto più infelice, scrivendo alla madre si scuserà a sua volta invocando il soccorso reciproco d'una tenerezza mai conosciuta. Invece è poco probabile che la madre possa ormai dare alla figlia quanto le ha tolto, e la figlia insegnare alla madre la divinità delle emozioni, per cui esistere è vivere. Mentre Lena è preda degli attacchi del male, ed Eva cerca conforto al rimorso nella presenza segreta del bimbo perduto, Carlotta ha ripreso tutta elegante le sue tournées. Consumati tre giorni crudeli, ciascuna è tornata nella propria prigione, dove continua a imparare ad essere adulta.
Nessuno può chiedere a Bergman di tenerci allegri, ma nessuno che sia sensibile alla forza di uno spettacolo da camera agile come la mano di un grande pianista e compatto come una partitura tutta ispirata, resta freddo dinanzi a Sonata d'autunno, in cui il connubio fra cinema e teatro è dichiarato fin dalla prima scena. E dove non è la novità dell'assunto a colpirci (che anzi il film per certi aspetti conferma un Bergman tortuosamente avvinto dal fascino dei suoi scavi senza fondo) bensì la qualità della struttura drammaturgica e della resa figurativa.

L'una realizza un sapientissimo contrappunto fra i primi piani delle protagoniste (propri del linguaggio televisivo) e i quadri, spesso memori della pittura nordica, con cui nel corso di rapidi flash-back certi interni domestici emergono dalla memoria di Eva. L'altra, affidata al fotografo Sven Nykvist, condensa ed esalta nelle pieghe dei volti, nel gioco degli sguardi, nella violenza dei gesti, nell'armonia dei colori, due ritratti superbi di donne, caratterizzati da Ingrid Bergman e Liv Ullmann con una ricchezza di semitoni, ciascuna in una diversa tradizione espressiva, che ne fa due sovrane del cinema. Ma dietro di loro (e la miserevole Lena, che è Lena Nyman) c'è Bergman. Il suo gusto della tragedia che cova, divampa e si quieta, il suo senso della carne malata, il suo ingegno che governa gli schianti della passione anima le penombre. Seppure l'aggirarsi di Bergman nei meandri dell'anima femminile sembri ormai condannarlo al labirinto (nel film s'identifica col marito di Eva, soltanto grazie alla moglie serbato alla fede), i colpi di luce lanciati stavolta sul cordone ombelicale che oltre la nascita continua a legare le madri alle figlie, e a straziarle, sono così intensi da rassicurarci sulla sua ripresa creativa. Da Il Corriere della Sera, 11 ottobre 1978

Sussurri e grida fra madre e figlia in una casa solitaria del grande Nord. Mentre la notte inclina all’ora del lupo scivolano dai volti le maschere della vita quotidiana e le due donne si rispecchiano l’una nell’altra con orrore. Tornato in Scandinavia dopo il discusso intermezzo di L’uovo del serpente, Bergman celebra i sessant’anni riproponendo un saggio del suo straziante psicologismo. La novità è fornita dalla presenza di Ingrid Bergman, che se ne andò dalla Svezia alle soglie della guerra dopo aver impersonato la pianista di Intermezzo e non a caso ritorna nelle vesti di una pianista; ma i riferimenti autobiografici, anche impietosi, saltano agli occhi in questa vicenda di una madre che per il successo ha trascurato l’amore delle figlie. Non c’è dubbio che la simpatia del regista va a Liv Ullmann, goffa e tenerissima dietro i suoi occhiali cerchiati di metallo, portatrice di un devastante complesso di Elettra. Tuttavia notiamo che lo scontro è arbitrato con imparziale concentrazione, non troppo disturbata dai rari esterni, dai flashback a volte folgoranti (la morte in clinica dell’amico della madre) e da trovate drammaturgiche già viste (i discorsi in macchina, i monologhi, le lettere).

Si può rimproverare a Bergman di non aver avuto fiducia fino in fondo nell’interesse dello spettacolo offerto dalle due attrici (la vicenda della sorellina spastica è superflua); ma dal film nel suo complesso, al di là del risultato di certe situazioni (la doppia esecuzione da parte di madre e figlia del secondo preludio di Chopin), sembra emanare un’aria di alto, manierismo.
Da Tullio Kezich, Il nuovissimo Mille film. Cinque anni al cinema 1977-1982, Oscar Mondadori

Rossella Falk (Roma, 10 novembre 1926)

Biografia
Dotata di un fascino sofisticato e di una intensa carica interpretativa, Rossella Falk è una delle leggende viventi del teatro Italiano.
Diplomatasi all'Accademia d'arte drammatica, intraprende la carriera teatrale a partire dal 1949. Tra il 1951 e il 1953 fa parte della prestigiosa compagnia Morelli-Stoppa, mentre nel 1954 è al Piccolo Teatro di Milano e nel 1955 entra a far parte della Compagnia dei Giovani.
Il suo enorme talento e la sua versatilità d'interprete la portano a spaziare, con il suo inconfondibile stile, dal più cupo Tennessee Williams (Un tram che si chiama Desiderio; Improvvisamente l'estate scorsa) all'Ibsen più provocatore (Spettri), restando però fedele al nostrano Luigi Pirandello, di cui è l'interprete più acclamata (è grande nel suo Trovarsi con la regia di Giorgio De Lullo).
Ha sempre privilegiato la carriera teatrale rispetto a quella cinematografica, anche se si è concessa alcune interpretazioni di grande spessore solo in film importanti, come 8 e 1/2 (1963) di Federico Fellini o Io la conoscevo bene (1965) di Antonio Pietrangeli, e uno girato ad Hollywood, il cupo Quando muore una stella (The Legend of Lylah Clare, 1968) di Robert Aldrich.
In teatro è stata diretta dai massimi registi italiani tra i quali Luchino Visconti, Franco Zeffirelli, Orazio Costa, Giancarlo Cobelli, Giuseppe Patroni Griffi.
Donna colta e raffinata, Rossella Falk parla ben quattro linque ed ama viaggiare il mondo allacciando amicizie con nomi del calibro di Maria Callas, Jean Cocteau e Dirk Bogarde. Dal 1981 al '97 la Falk sarà il direttore artistico del Teatro Eliseo di Roma insieme a Giuseppe Battista e Umberto Orsini.
Dal 2004 al 2006 l'attrice porta in tournée in tutto il mondo lo spettacolo di successo Vissi d'arte, vissi d'amore un recital in cui racconta ed interpreta ricordi personali, interviste e scritti su Maria Callas.

Interpretazioni teatrali

· Sei personaggi in cerca d'autore di Luigi Pirandello (1949)
· Un tram chiamato desiderio di Tennessee Williams (1950)
· Il seduttore di Diego Fabbri (1951)
· La locandiera di Carlo Goldoni (1953)
· Le tre sorelle di Anton Cechov (1955)
· La bugiarda di Diego Fabbri (1956)
· Ritrovarsi di Luigi Pirandello (1974)
· La signora dalle camelie di Alexander Dumas (1976)
· Applause di Adolph Green e Betty Comden (1980)
· Maria Stuarda di Friedrich von Schiller (1982)
· L'aquila a due teste di Jean Cocteau (1984)
· La dolce ala della giovinezza di Tennessee Williams (1989)
· I parenti terribili di Jean Cocteau (1991)
· Il treno del latte non si ferma più qui di Tennesse Williams (1993)
· Anima nera di Giuseppe Patroni Griffi (1996)
· Master Class di Terrence McNally (1997)
· Spettri di Henrik Ibsen (1998)
· La sera della prima di John Cromwell (2001)
· Vissi d'arte, vissi d'amore di Rossella Falk (2004-06)
· Improvvisamente l'estate scorsa di Tennessee Williams (2005)

Filmografia essenziale

· Guarany di Riccardo Freda (1948)
· 8 e 1/2 di Federico Fellini (1963)
· Modesty Blaise di Joseph Losey (1964)
· Quando muore una stella di Robert Aldrich (1968)
· Non ho sonno di Dario Argento (2000)

Maddalena Crippa

Nata a Besana Brianza (MI) nel 1957protagonista della scena internazionale, interpreta con originalità e rigore stilistico personaggi-chiave, nel corso di una carriera condotta al fianco di importanti registi, alternando ruoli da popolana a ruoli da aristocratica o spregiudicata sciantosa. Inizia a recitare a diciotto anni al Piccolo Teatro ne Il campiello di Goldoni (1975), diretta da Strehler nel ruolo di Lucietta, partecipando poi a una lunga tournée: Parigi, Berlino, Mosca, Varsavia. Un altro ruolo fondamentale è Lady Macbeth, con la regia di E. Marcucci (1980); è protagonista, diretta da Ronconi, in La commedia della seduzione di A. Schnitzler; contemporaneamente è Leonide e Focino in Il trionfo dell'amore di Marivaux, per la regia di A. Vitez (1985). M. Castri la dirige in Fedra di D'Annunzio, dove interpreta il ruolo della protagonista (1988 e '93). È una sensuale Tamora nella versione del Tito Andronico di Shakespeare di P. Stein, Nora in Casa di bambola di Ibsen, la nobile Cornelia e la governante Rosa - parti in cui si alterna con Elisabetta Pozzi - nell' Attesa di R. Binosi per la regia di Cristina Pezzoli. Partecipa al festival di Salisburgo dal 1994 al 1997, recitando in lingua tedesca la parte della lussuria (Buhlschaft) nello Jedermann di Hofmannsthal. Con la regia di Stein, di cui è compagna, è Elena in Zio Vanja di Cechov, che debutta a Mosca (1996) e vince il premio come miglior spettacolo al festival di Edimburgo. La troviamo protagonista nel Pierrot lunaire di Schönberg con la regia di W. Le Moli e in due recital, Canzoni italiane del 1919-39 e Canzonette vagabonde degli anni '20-40, in cui canta brani italiani e tedeschi. Vince il premio Maschera d'argento come miglior attrice nel 1994. Da alcuni anni legata a un intelligente e proficuo sodalizio professionale con Cristina Pezzoli. Sotto la sua guida è stata infatti, in queste ultime stagioni, splendida e versatile protagonista di due spettacoli che ripercorrono splendori e miserie dell'Italia dal dopoguerra al boom economico, L'annaspo di Raffaele Orlando e Sboom!.

Ingmar Bergamn

Nome: Ernst Ingmar Bergman
Data nascita: 14 Luglio 1918 (Cancro), Uppsala (Svezia)
Data morte: 30 Luglio 2007 (89 anni), Faro (Svezia)

nasce a Uppsala nel 1918, da un pastore protestante, una figura con cui si troverà spesso a confrontarsi e che ricorrerà di frequente nel corso della sua opera, percorsa di continuo da riferimenti autobiografici. Inizia la carriera come autore e regista teatrale, e nel 1944 scrive la sua prima sceneggiatura, Spasimo, con cui entra nel mondo del cinema. Un anno dopo realizza il primo film come regista, Crisi, che come i successivi Nave per l'India (1947) e Musica nelle tenebre (1947), affronta tematiche sociali del mondo giovanile, facendo denunce con toni aggressivi. Il modello di riferimento di Bergman, in questa fase, è il realismo, da cui si distacca già nel 1948, con Prigione, allorchè inizia a sperimentare tecniche surrealiste ed espressioniste, che utilizza per approfondire i comportamenti e la psicologia umana.

Su questa strada si incontrano opere come Un'estate d'amore (1950), Donne in attesa (1952), Monica e il desiderio (1952), Una lezione d'amore (1954), nelle quali si afferma uno studio attento della psicologia femminile, soprattutto - ma non solo - all'interno del rapporto sentimentale. La donna, infatti, attraverso le interpretazioni di attrici come Ingrid Thulin, Liv Ullman, Harriet e Bibi Andersson, Gunnel Lindblom, Ingrid Bergman, diventa l'immagine della natura umana, vittima di tensioni e di aridità esistenziali, spesso rappresentate attraverso il rapporto con la maternità, la sua ricerca e il suo rifiuto.
Il film che impone Bergman all'attenzione della critica internazionale è Sorrisi di una notte d'estate (1955), commedia sui rapporti sentimentali, che si serve dei modelli del teatro brillante del Settecento francese per osservare con amarezza l'instabilità dei sentimenti e la complessità dei rapporti umani.
É dell'anno successivo uno dei capolavori bergmaniani, Il settimo sigillo (1956), geniale affresco medievale, nel quale l'autore riflette su vita e morte, sul rapporto fra uomo e Dio, sul senso della propria esistenza, sulla miseria e la nobiltà della natura umana.
Gli stessi temi esistenziali, affrontati alla luce della psicanalisi, sono presenti anche nel successivo Il posto delle fragole (1957), dove si racconta il viaggio nel tempo, nel passato e nella fantasia che un vecchio professore intraprende, al termine della propria vita, per ritrovare un'immagine di sé che si era affannato a rimuovere. Una tragedia filosofica, densa di riferimenti culturali che vanno da Joyce a Proust, da Mann a Kierkegaard, per dimostrare come la morte si nasconda dietro le fugaci apparenze della vita.
Temi religiosi trattati con un'ottica laica: il problema del vuoto che si sostituisce alla perdita della fede, la ricerca di una religiosità intima e non formalistica, l'incomunicabilità fra individui, sono al centro delle sue opere successiv
e, fra cui si segnalano La fontana della vergine (1959), Come in uno specchio (1961) e Il silenzio (1963). É in questo momento che si definisce compiutamente lo stile e gli intenti di Bergman che cerca di svelare il mistero che si cela al di là le apparenze, che nasconde i suoi interrogativi dietro schermi fatti di memoria, sogno, psicosi, che mette sempre più in dubbio l'esistenza di Dio, ma la ripropone ogni volta sotto diverse spoglie, che assumono sembianze differenti: prima la morte, poi il sesso, adesso il male.
É anche in questa fase che Bergman comincia ad essere considerato autore difficile, intellettuale ad oltranza, cupo e destinato a pochi, immagine che sicuramente non smentisce nelle pellicole che gira in seguito - Persona (1966), Il Rito (1969), Passion (1970) - trattati sulla morte, la crudeltà umana, il disfacimento della società e la solitudine, sempre più cupi ed angoscianti. Si tratta comunque di opere profonde ed acute, nelle quali il regista si conferma uno dei massimi interpreti dell'animo tormentato dell'uomo contemporaneo.
Sussurri e grida (1973), Scene da un matrimonio (1974, destinato alla televisione) e Immagine allo specchio (1976) sono forse le opere in cui Bergman conduce alle estreme conseguenze la propria filosofia artistica. Con stile rigoroso, semplice fino alla banalità, va ad analizzare le piccole normalità quotidiane per scoprire che sono tutte il frutto di un'ipocrisia, che diventa tanto più patetica perché inevitabile e pericolosa da svelare, in quanto su di essa si fonda il precario equilibrio che le persone riescono a conquistare. Eliminata la presenza di una divinità, il male di vivere bergmaniano diventa un percorso interiore che distrugge ogni sicurezza su cui si appoggia l'esistenza comune.
L'ultimo film di Bergman, Fanny e Alexander (1983), che segue due pellicole dagli intenti psicanalitici ( Sinfonia d'autunno, 1978 e Un mondo di marionette, 1980), è uno splendido racconto, in gran parte autobiografico, su due adolescenti svedesi di inizio secolo, nel quale il regista sviluppa, con una partecipazione mai invadente, i motivi e le emozioni da cui è partito per comporre le sue opere.

PERSONAGGI e INTERPRETI

Charlotte ROSELLA FALK
Eva MADDALENA CRIPPA
Viktor MARCO BALBI

scene
ALDO BUTI

costumi
LUCIA MARIANI

luci
FRANCO FERRARI

regia
MAURIZIO PANICI

BIGLIETTI
Platea Poltronissime Euro 25,00
Platea Poltrone Euro 19,00
1^ Galleria Centrale Euro 19,00
1^ Galleria Laterale Euro 15,00
2^ Galleria Euro 10,00
2^ Galleria Ridotto Euro 8,00
Cambio Turno Abbonamento Euro 1,00

PREVENDITA BIGLIETTI
- presso l’Ufficio Cultura, Via Monte Grappa, 12B (tel. 0445/804745), a partire da Martedì 25 marzo 2008 con orario 9.30/13.30, e nel pomeriggio del Mercoledì dalle ore 16.30 alle ore 18.10 (Sabato e festivi esclusi).

VENDITA BIGLIETTI
Presso il Botteghino del Teatro (tel. 0445/804943), a partire dalle ore 20.00 del giorno dello spettacolo.
Si ricorda che è possibile acquistare fino ad un massimo di 5 biglietti a persona.
Lo spettacolo ha inizio alle ore 21 e si raccomanda la massima puntualità.
Si avverte che a spettacolo iniziato si PERDE il diritto alla poltrona numerata e sarà possibile accedere in sala solo durante l’intervallo


Il Teatro Comunale di Thiene ringrazia gli sponsor



per aver contribuito alla realizzazione della XXVIII Stagione Teatrale Thienese

U.R.P. - Comune di Thiene

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